
Poi, un giorno mi venne da annotare che Ludwig van Beethoven non poteva non diventare sordo. Perché era del tutto sordo alle ragioni degli altri. Non dava ascolto che alle proprie.
Ogni volta che entra in un luogo pubblico, su di lei si posano sguardi pieni di diffidenza, commiserazione, per non parlare dei colpetti di tosse e mormorii che si sollevano nelle sale da concerto. E per vedere il proprio figlio Carl, giunge perfino a travestirsi da uomo. Eppure, Johanna non è una criminale. È la cognata di Ludwig van Beethoven.
Certo, da giovane ha commesso più di un pasticcio. Tutti la considerano una mezza ladruncola, una donna facile. Beethoven ne approfitta e fa di tutto per strapparle il figlio. Desidera un erede? Desidera fare di lui un grande musicista? Vuole forse ricattare la cognata per motivi non chiari?
Johanna tenta di guadagnarsi con le unghie — a volte, forse, maldestramente — un po’ di spazio e di rispetto. Tenta di potersi almeno occupare ufficialmente, e non da semiclandestina, di suo figlio. Sullo sfondo, un Beethoven fragile, scorbutico, profondamente ingiusto ed egoista ma anche il racconto della creazione musicale, in tutta la sua maestosa, energica bellezza e necessità.
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