
Capitolo I
Il mio primo incontro con la gendarmeria avvenne quando avevo diciassette anni. Furono i miei rispettabili genitori a trascinarmi davanti alle guardie, dichiarando che li avevo derubati, che non era la prima volta che succedeva e che non sapevano più come far fronte ai miei taccheggi: a quel punto, ci voleva una punizione esemplare.
È vero, avevo sgraffignato un paio di monete d’oro dallo scrigno dei preziosi che mio padre custodiva in un ripostiglio; non lo nego, ho sempre amato le cose che brillano. Ogni tanto, fin da quand’ero molto piccola, sgattaiolavo nel boudoir di mia madre, schiudevo il cofanetto dei suoi gioielli, li divoravo con gli occhi, li indossavo davanti allo specchio, li nascondevo nel mio comodino finché lei non si infuriava e mi strillava in faccia di ridarglieli. Però non si trattava di veri furti. Non meritavo quel castigo. E invece mi ritrovai in una stanza buia e fredda, sola con due cerberi che mi subissarono di domande e paternali, e che mi rilasciarono dietro solenne promessa che non l’avrei più fatto.
Qualche anno dopo sono proprio finita dietro le sbarre, ed è stato mio marito a incastrarmi. Il benamato Caspar Anton Carl van Beethoven.
Il primo uomo della mia vita era solito lanciarsi in imprese finanziarie poco chiare. L’idea di far soldi, tanti soldi tutti insieme, per lui era un’ossessione. Quella volta, la sua brillante iniziativa riguardò una bellissima collana: tre fili di perle rare agganciate a uno scintillante fermaglio d’oro puro. Io conoscevo l’artigiano che l’aveva realizzata e mi ero incaricata di trovargli un acquirente; nel commercio sono sempre stata brava, mi ero fatta le ossa nella tappezzeria di mio padre.
Arrivai a casa con il prezioso monile sotto braccio, ben bene impacchettato, e lo nascosi nel sottofondo dell’armadio. Ero fiera dell’affare che, ne ero certa, avrei presto concluso. Ne parlai con Caspar; gli dissi che la percentuale sulla vendita ci avrebbe consentito di saldare un paio di debiti e magari di concederci uno sfizio.
Mio marito non parve apprezzare. Non fece commenti. Non è mai stato un gran conversatore. Però due giorni dopo, rientrando a casa, la trovai a soqquadro e invasa dai gendarmi. Caspar era accasciato su una delle nostre poltroncine e affermava, con un’aria affranta, che i ladri s’erano portati via il denaro nascosto nella zuccheriera, i suoi gemelli d’oro e un pacchetto che conteneva una preziosa collana di perle.
Capii subito che l’idiota aveva inscenato il furto. Però quel punto non potevo fare altro che reggergli il gioco. Peraltro lui interpretava benissimo il ruolo del derubato: curvo, le mani tra i capelli, sconsolato. Ero quasi ammirata.
Non appena le guardie se ne furono andate, avemmo una lite formidabile. Io sapevo che sarebbe andata a finire con un paio di ceffoni; le nostre liti finivano sempre così. Eppure, ogni volta, non riuscivo a impedirmi di accusare Caspar della sua dabbenaggine. Gli dissi che era ora la piantasse di fare idiozie nel tentativo non tanto di arricchirsi, quanto di eguagliare il fratello maggiore. Anziché macerarsi nell’invidia, avrebbe dovuto serenamente accettare che Ludwig era un uomo superiore e che lui non possedeva un briciolo del suo genio, e che non avrebbe goduto della stessa fama, e dello stesso pubblico rispetto, neanche se fosse diventato ricco come Creso. L’unica cosa intelligente che aveva fatto nella vita, a parte sposare me, era stata abbandonare la musica e trovarsi un impiego, visto che i suoi primi tentativi facevano pietà, e io non ero neanche l’unica a pensarlo.
Caspar si trasformò in una bestia. Mi schiaffeggiò a ripetizione, quindi afferrò un coltellaccio e lo brandì ringhiando. Non mi aveva mai minacciata con un’arma e non credevo che l’avrebbe usata. Eravamo in cucina, agli estremi del tavolo, e io continuavo a dargli addosso, con le mani appoggiate sul pianale. Non mi accorsi che stava per sferrare il colpo.
La lama mi trapassò una mano, per fortuna senza colpire le ossa. Ma si era conficcata nel mucchietto di carne tra il pollice e l’indice.
Lanciai un urlo che dovette essere udito per tutta Vienna, mentre la mia dolce metà fissava a bocca aperta, con un’espressione anche più stupida del solito, il mio volto, il sangue che schizzava dallo squarcio, le proprie mani. Poi si riscosse, estrasse il coltello con immensa cautela, si precipitò ad afferrare una benda e si prese cura della ferita, biascicando parole di pentimento.
Da quel giorno non mi ha più dato neppure un buffetto. Ogni tanto, quando volevo farlo sentire in colpa, gli mostravo la cicatrice; che è ancora lì, ben definita, parallela alla cosiddetta linea della vita.
Ovviamente l’indagine sul presunto furto non approdò a nulla. Caspar riuscì a indirizzare i sospetti delle guardie su una cameriera che avevamo licenziato tempo addietro; le guardie la arrestarono, la interrogarono ma poi dovettero rilasciarla per insufficienza di prove. Nel frattempo, io non facevo che setacciare la casa alla ricerca della collana. Non credevo che il volpone l’avrebbe nascosta da qualche altra parte, sarebbe stato troppo rischioso. Non appena si toglieva dai piedi, mi mettevo a ispezionare ogni anfratto con metodo; non avevo molto tempo per farlo, perché lui usciva meno del solito. Cercava di tenermi sotto controllo. Però una mattina che mi ero alzata di buon umore, perché la ferita sulla mano iniziava a rimarginarsi, trovai lo stesso quello che cercavo.
Il pacchetto era nascosto in fondo alla dispensa, dietro un grosso barattolo. Era stato aperto e richiuso malamente. Lo svolsi. Al fermaglio era attaccato un solo filo di perle; i due più lunghi erano spariti.
Oh, quanto era stato abile il maritino. Era già riuscito a piazzare parte del bottino; e, vendendo un filo di perle alla volta anziché tutti insieme, ne avrebbe ricavato di più.
Sollevai la collana, osservandola con ammirazione. Anche così ridotta, era un gran bel monile. Il fermaglio, poi, era un gioiello di per sé; rappresentava un fiore, e i petali erano finemente zigrinati.
Pensai che la cosa più saggia da fare fosse restituirla all’artigiano. Si chiamava Franz ed era quasi uno di famiglia; era da lui che mia madre acquistava i gioielli, e per le stoffe lui si serviva nel negozio di mio padre. Però, cosa gli avrei raccontato? Che avevo ritrovato parte della refurtiva: dove, come, perché?
Decisi che una qualche storia credibile mi sarebbe venuta in mente, chiusi la porta della dispensa e mi diressi verso il comò, impugnando la collana. Me la agganciai al collo e rimirai l’effetto nello specchio. Era proprio una bellezza, mi stava benissimo. Con una collana del genere, una donna è elegantissima anche se è vestita di stracci.
Forse avrei potuto godermela ancora per un po’.
Infilai le scarpe, il soprabito, la mantella e uscii di corsa. Chissà Caspar dov’era andato, chissà, se l’avessi incontrato per la strada, che faccia avrebbe fatto nel constatare che gli avevo rovinato la bravata.
Invece, all’improvviso mi si parò di fronte uno dei gendarmi che erano venuti a casa nostra per il furto che non c’era mai stato. Era un uomo imponente e dal piglio autoritario. Io mi strinsi la mantella al collo, ma lui riuscì a scorgere la collana. Si fece sospettoso. Mi chiese conferma del fatto che uno degli oggetti rubati fosse un gioiello simile a quello che indossavo. Io gli dissi di sì, e aggiunsi balbettando che il gioiello era proprio quello e che stavo appunto andando a restituirlo al proprietario.
Fui arrestata con l’accusa di malversazione e scontai i miei primi luminosi giorni in gattabuia. I poliziotti mi interrogavano giorno e notte. Dichiarai che la truffa era stata ordita da mio marito, che io non c’entravo niente. Che non avevo idea di dove fossero andati a finire gli altri fili di perle: dovevano chiederlo a Caspar.
Non mi credettero. Credettero a lui, che mi addossava ogni responsabilità e aveva la faccia tosta di sostenere che lo faceva perché, con una donna, il giudice sarebbe stato più indulgente. Durante il processo non si limitarono ad analizzare i fatti, ma mi tacciarono di immoralità. Rovistando negli archivi, l’accusa riuscì a trovare traccia della vecchia denuncia che avevano sporto i miei genitori: cercava di dimostrare che ero una ladra recidiva. Mi fu chiesta ragione dei miei debiti, che in effetti erano parecchi; a tutti i bottegai del quartiere dovevo qualche fiorino.
Spiegai al giudice che mio marito era uno spendaccione, che ci trovavamo spesso in ristrettezze, per cui, se volevo che sul tavolo della cena ci fosse qualcosa di commestibile, non potevo che chiedere prestiti. Qualcosa di raffinato, ovvio; il cibo a buon mercato al gran signore non piaceva. Il giudice non mi dava retta. Andava per le spicce, aveva già deciso e desiderava chiudere la questione; non volle neppure ascoltare la testimonianza dell’orafo. Mi ritenne colpevole di appropriazione indebita e mi condannò a un anno di carcere duro. Si trattava, per l’esattezza, di trascorrere dodici mesi della mia vita, trecentosessantacinque giorni, non uno di meno, con le catene ai piedi, rinchiusa in una cella, con un tavolaccio per letto e un secchio per i bisogni, nutrita a pane e acqua e non potendo ricevere visite da nessuno, nemmeno da mio marito.
Meglio così. Caspar era l’ultima persona al mondo che avrei incontrato con piacere. Io, una ladra. Io, che avevo portato in dote al pezzente una cifra favolosa, da lui prontamente scialacquata. Anche la casa nella quale abitavamo era mia; l’avevo ereditata da mio padre.
Il pezzente ebbe un rigurgito di umanità e fece appello; c’era un giudice diverso, quello di prima aveva avuto un colpo apoplettico, ben gli stava, e lui riuscì a convincerlo a ridurre la pena a due mesi. Io nel frattempo iniziavo ad apprezzare le gioie della reclusione. Stesa sul tavolaccio, rimuginavo per tutto il giorno e per tutta la notte; non mi era neanche concesso leggere, e in ogni caso la cella era così buia che non sarei riuscita a distinguere una lettera dall’altra.
L’affettuosissimo consorte fece appello una seconda volta e ottenne che la pena non fosse scontata in carcere, ma in una stazione di polizia. La notizia mi fece piacere: il trattamento sarebbe stato più clemente, e in effetti mi tolsero le catene. Ma a Caspar non bastava, lui voleva farsi perdonare a ogni costo, quindi presentò una nuova istanza e ottenne che il resto della pena fosse scontata agli arresti domiciliari.
Tornando a casa, decisi di lasciarmi alle spalle l’intera faccenda. Di dimenticare ogni episodio, ogni dettaglio; non di perdonare, questa non mi sembrava una cosa facile, ma di fingere che non ci fosse mai stata una collana di perle, una truffa, un’ingiusta sentenza.
Sentenza che fu molto utile a Ludwig van Beethoven, quando ebbe la geniale idea di trascinarmi in tribunale. Anche lui.
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