Da giurista a narratore della propria guarigione: parla Fabio Macaluso, autore di Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare (Marsilio)
Ognuno di noi è, in qualche senso, un diverso. Diversa è una persona con una disabilità da una persona normodotata, che però magari è gay quindi è diversa da una persona cisgender, che però ha una malattia mentale quindi è diversa da chi non ce l’ha e magari ha una malattia del corpo. Dare del diverso all’altro, tenendolo a distanza, fa sentire al sicuro molti di noi; se poi il diverso è stato in una gabbia di matti, nel vero senso del termine, Dio ce ne scampi.

Immagino che Fabio Macaluso abbia scritto Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare (Marsilio 2025) anche nel desiderio di infrangere lo stigma che grava su chi è affetto da una malattia mentale. «Se vai a finire in una struttura dedicata» mi ha detto «come è capitato a me quando sono stato ricoverato nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, e la notizia si diffonde, sei classificato come un matto e questa cosa non ti lascia più.»
Fabio Macaluso, tu sei un giurista e prima di Volevo un tè al limone hai scritto diversi saggi sul diritto d’autore e sulla privacy. Quale maturazione ti ha portato a decidere di raccontare la tua storia personale, una storia di guarigione?
Mi piace scrivere e l’ho sempre fatto, anche dedicandomi ai libri specialistici che dicevi. In una fase della mia vita come questa, in cui sono portato più alla riflessione, ho pensato fosse il tempo di dedicare la mia attenzione e il mio lavoro a un tema che per me è stato decisivo. La malattia mentale mi ha colpito e ha condizionato la mia esistenza e ho ritenuto che questa esperienza andasse raccontata, in termini semplici e lineari. Volevo un tè al limone è un libro di avventure legate al percorso movimentato della mia vita e anche un testo di divulgazione in ordine a un tema, quello della salute mentale, che va tenuto aperto a un dibattito sereno.
C’è chi sostiene che la scrittura, nutrendosi necessariamente di un certo grado di introspezione, abbia un effetto terapeutico. Per te lo ha avuto? E se sì, hai scritto questo libro per curare te stesso o per curare gli altri?

Scrivere Volevo un tè al limone mi ha portato a ricostruire fatti, incontri e rapporti che sono stati provocati o condizionati dal disturbo bipolare con cui convivo. Questo mi ha messo in condizione di fare ordine nell’insieme delle mie esperienze: è stato un percorso doloroso, ma di cui mi sono giovato perché ho definito alcuni aspetti del mio passato che richiedevano una composizione bonaria, anzitutto con me stesso.
Credo che questo libro possa essere utile anche agli altri, perché indico alcune condizioni per uscire dal garbuglio della malattia mentale: ad esempio, la consapevolezza di dover gestire un male insidioso serve per condurre a curarti con attenzione e costanza.
Ogni “memoir” si confronta con il confine tra memoria e narrazione. Come hai gestito questo equilibrio? Ci sono stati momenti in cui la necessità narrativa e la fedeltà ai fatti si sono trovate in conflitto?
Ho cercato di raccontare i fatti per come sono avvenuti, ma il libro è in forma di romanzo autobiografico e contiene alcuni accorgimenti narrativi. In certi casi, per dare semplicità a una storia complessa, ho preso per mano il lettore e l’ho portato dentro il libro quasi munendolo di una mappa geografica, come se stesse usando Google Maps. E per dare brio ho “colorato” alcuni episodi rendendoli divertenti, così da far rilassare il lettore che affronta una storia parecchio drammatica.
Il libro sta riscuotendo molta attenzione e anch’io, leggendolo, lo trovo appassionante e coinvolgente, il che non è per nulla scontato quando si tratta di una storia personale. Come hai costruito la tensione e il ritmo?
Mi sono ispirato a Gianfranco De Cataldo e al suo Romanzo Criminale che è un romanzo di 636 pagine che si legge benissimo, perché è suddiviso in paragrafi molto brevi, uno dei quali tira l’altro. Anche il mio libro è suddiviso in capitoli concisi e, con l’aiuto degli editor di Marsilio, li ho concatenati esattamente come si fa per il montaggio di un film. Il ritmo che ne risulta è molto elevato e in tanti hanno commentato che la lettura di Volevo un tè al limone è ipnotica e quindi molto godibile. Certo, è poi il tema del libro che si impone: ad esempio, inserire nel racconto una serie di bipolari illustri ha dato “appeal” alla storia che ho narrato.
In effetti, si ipotizza che non pochi grandi artisti del passato fossero bipolari (Mozart, per esempio); artisti che alternavano periodi di creatività quasi sovrumana a momenti di scarsa attività. Scrivere questo libro ti ha indotto a riflettere sul rapporto tra la tua esperienza della malattia e il tuo processo creativo?
Sicuramente. Noi bipolari siamo grandi lavoratori, perché il “surplus” di energia che dona il disturbo ci rende persone ad altissimo funzionamento. Pensa a Balzac, che ha scritto 51 romanzi nella sua vita seppur molto breve. Ma tengo a dire che Volevo un tè al limone è stato scritto ordinariamente, quando per fortuna le mie capacità erano intatte, erano quelle di un uomo in salute. Di questo sono molto contento: ho voluto fornire agli altri la raffigurazione di un uomo che ha vissuto sull’altalena dell’incongruità e che oggi gode dei piccoli piaceri che la vita sa regalare.
Molte grazie a Fabio Macaluso! E chi desidera maggiori informazioni sul suo libro può visitare il sito di Marsilio. Nel video qui sotto, Fabio Macaluso si racconta, ospite di PDR – Il podcast di Daniele Rielli.