Una dedica sprecata, un’amicizia perduta e un archetipo culturale che dalla Vienna di Beethoven, passando per la letteratura e la pittura, arriva fino a noi.

Gli argomenti di questa pagina sono quelli del mio intervento del 14 settembre 2025 alla chiesa di Sant’Agata a Spoleto. In un evento dell’Associazione Culturale L’Orfeo, ho raccontato la vera storia della Sonata a Kreutzer mentre l’Uśil Duo — Sayako Obori al violino e Maria Ponomaryova al pianoforte — la eseguiva dal vivo.
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Da Beethoven e la Sonata a Kreutzer a Shakespeare e il mito di Ofelia: un viaggio attraverso cinque secoli di archetipi culturali femminili. Nel mio articolo sul Post racconto come l’immagine della donna nell’acqua si sia evoluta da Shakespeare a Taylor Swift, passando per Millais, George Sand, Chopin e Virginia Woolf.
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Perché la celebre Sonata op. 47 di Ludwig van Beethoven si chiama “Sonata a Kreutzer”? La risposta è semplice quanto deludente: perché il compositore la dedicò a Rodolphe Kreutzer, violinista francese che la disprezzò. Kreutzer non amava la musica di Beethoven, non fu commosso dalla dedica e non eseguì mai la Sonata, liquidandola come “del tutto incomprensibile”.
Ironia della sorte, nonostante abbia composto una quantità impressionante di musica — 40 opere, 19 concerti per violino, molta musica da camera e 42 studi per violino, tuttora utilizzati nella didattica — Kreutzer è passato alla storia praticamente solo per la dedica di Beethoven.
Il vero protagonista della Sonata a Kreutzer: George Bridgetower

Il genio di Bonn non aveva scritto quella Sonata perché la suonasse un burbero francese. L’aveva composta per un giovane virtuoso di ascendenza afro-caraibica: George Augustus Polgreen Bridgetower, di padre proveniente dalle Antille, isola di Barbados, e di madre tedesco-polacca.
George Bridgetower era stato un bambino prodigio e si era formato a Londra. Già famoso, arrivò a Vienna nel 1803, invitato dal principe Lobkowitz, uno dei protettori di Beethoven. Aveva 25 anni, mentre Ludwig — che già sentiva svanire il proprio udito, ma era ancora nella fase in cui riusciva a nasconderlo — ne aveva quasi 33.
I due divennero subito amicissimi. Probabilmente avevano molte cose in comune, e in qualche modo si assomigliavano: Beethoven aveva i capelli ricci e la pelle piuttosto scura (da bambino era soprannominato “lo spagnolo”). Qualcuno ha addirittura ipotizzato che fosse “per un sedicesimo nero”… questo, perlomeno, è il titolo di una raccolta di racconti di Nadine Gordimer, premio Nobel per la letteratura nel 1991. Ma la grande scrittrice sudafricana non intendeva sostenere che Beethoven avesse origini africane: usava questa idea, nient’altro che una leggenda metropolitana, per farci riflettere su come la società percepisca e classifichi le persone in base al colore della pelle.
Un’amicizia profonda e una lite fatale

Bridgetower e Beethoven, in ogni caso, condividevano un passato doloroso: erano entrambi figli di padri alcolisti e che oggi potremmo definire abusanti; padri che li avevano spinti a fare carriera per trarne benefici personali. Inoltre George e Ludwig erano musicisti ugualmente prodigiosi, che mandavano in visibilio gli spettatori dei loro concerti. Si capivano.
Beethoven pensò bene di comporre qualcosa che potessero eseguire insieme. Aveva già iniziato ad abbozzare una composizione per violino e pianoforte, quindi decise di portarla avanti pensando proprio al suo nuovo amico. I due trascorsero un paio di mesi comportandosi come due ragazzini scapestrati, passando le notti a bere e condividere le loro similitudini; nel frattempo, il Maestro lavorava alla Sonata.
Il concerto era previsto per il 22 maggio 1803, ma fu rimandato al 24 perché Beethoven non aveva finito di comporre. Alle 4:30 del mattino del 24 maggio chiese a uno dei suoi allievi di ricopiare la parte del violinista, ma il ragazzo riuscì a ricopiare solo il primo movimento; la parte pianistica non era del tutto ultimata.
Poche ore dopo, i due andarono a suonare senza aver fatto neanche una prova: Bridgetower lesse la sua parte a prima vista. A un certo punto si mise a improvvisare (cosa piuttosto usuale nei concerti dell’epoca), e Beethoven saltò in piedi e corse ad abbracciarlo, gridando: “Mio caro ragazzo, fallo di nuovo!” Alla fine del concerto, gli regalò il suo diapason — un gesto di straordinario omaggio e riconoscimento artistico — e scrisse sullo spartito una dedica, naturalmente in italiano:
Sonata mulattica composta per il mulatto Brischdauer, gran pazzo e compositore mulattico.
Parole che oggi suonano offensive, ma che allora esprimevano affetto, ammirazione e una buona dose di ironia.
Purtroppo, però, i due litigarono. George fece un commento poco carino su una donna che Ludwig ammirava in modo particolare e Ludwig, che non era esattamente un tipo accomodante, decise di troncare ogni rapporto. Nell’edizione stampata della Sonata, fu Kreutzer a raccogliere gli onori…
Nascita di un archetipo
Beethoven, tuttavia, non aveva semplicemente composto una Sonata. Aveva creato un archetipo: un’immagine, un concetto, un gruppo di idee che riguardano profondamente l’esperienza umana e si manifestano in forma simbolica. La Sonata a Kreutzer nasce in musica, arriva alla letteratura, torna alla musica, si sposta nelle arti figurative e da lì torna ancora una volta alla letteratura, in un gioco di rimandi che attraversa i secoli.
Tolstoj e il potere devastante della Sonata a Kreutzer

Più di ottant’anni dopo, nel 1889, Lev Tolstoj pubblicò il romanzo breve La Sonata a Kreutzer. La storia è agghiacciante: il protagonista, accecato dalla gelosia e convinto che sua moglie abbia una relazione con il violinista insieme al quale ha eseguito la Sonata, commette un femminicidio.
L’omicida racconta tutto, durante un viaggio in treno, a un altro viaggiatore (che alla fine, naturalmente, è molto turbato). Non sappiamo se il sospetto del marito geloso sia fondato: tutto lascia pensare che la moglie non gli fosse infedele, e in ogni caso non c’è nessuna prova che lo fosse. Tutto quello che sappiamo passa attraverso il filtro della mente dell’uomo, distorta dalla gelosia patologica.
Ma non è questo l’elemento principale del racconto: a Tolstoj interessava mostrare come una mente ossessionata possa giungere a gesti estremi e come la musica — e in particolare la Sonata a Kreutzer di Beethoven — abbia il potere di suscitare passioni incontrollabili. La musica è il catalizzatore che, nella mente malata del protagonista, trasforma una collaborazione artistica in un adulterio e induce all’omicidio.
Tolstoj conosceva la musica. Suonava il pianoforte e da giovane aveva pensato seriamente di fare il musicista; compose persino un valzer. Amava i grandi classici, Mozart, Haydn, e anche la musica popolare, mentre detestava l’opera e Wagner in particolare.
Ci sono testimonianze secondo le quali, quando ascoltava musica, andava in deliquio: impallidiva, si commuoveva e a volte scoppiava in lacrime, come avvenne durante un concerto che Tchaikovsky organizzò in suo onore nel 1876.
Il “frisson” e la sindrome di Stendhal

Che la musica provochi emozioni e sensazioni anche fisiche è un fatto scientificamente studiato. Meglio, però, sorvolare sul cosiddetto “effetto Mozart”, teoria secondo la quale ascoltare il Don Giovanni renderebbe i polli più produttivi, il vino più buono e i bambini più svegli. Un’idea che, anni fa, ha trasformato Wolfgang Amadeus in un multivitaminico sonoro, creando un mercato di CD “educativi” per genitori disposti a credere che bastasse premere “play” per garantire buoni voti ai loro pargoli.
Di fatto, ascoltare musica provoca nel cervello vari scombussolamenti, tra cui la produzione di dopamina, ed è questo che genera il fenomeno del frisson: quei brividi piacevoli che attraversano il corpo, spesso accompagnati da pelle d’oca, scatenati dalla fruizione di opere d’arte.
Molto più intensa e non necessariamente piacevole è la sindrome di Stendhal: un’esperienza travolgente, una vera tempesta nel cervello che provoca vertigini, palpitazioni, confusione mentale e talvolta svenimenti di fronte a opere di straordinaria bellezza. Come è noto, fu Stendhal a provare queste sensazioni a Firenze nel 1817, per poi descriverle nel suo libro Roma, Napoli e Firenze:
Assorbito nella contemplazione della bellezza sublime, ne percepivo l’essenza più profonda da vicino; potevo, per così dire, sentirne la sostanza sotto i miei polpastrelli. Avevo raggiunto quel grado supremo di sensibilità dove le divine rivelazioni dell’arte si fondono con la sensualità appassionata dell’emozione. Mentre uscivo dal portico di Santa Croce, fui preso da una violenta palpitazione del cuore (quello stesso sintomo che, a Berlino, viene chiamato attacco di nervi); la sorgente della vita si era prosciugata dentro di me, e camminavo nel timore costante di cadere a terra.
Dall’arte alla pubblicità: l’immagine che seduce
La Sonata a Kreutzer è anche il titolo di un quadro risalente al 1901, del pittore francese René-Xavier Prinet. Evidentemente ispirato al romanzo di Tolstoj, ritrae il violinista sollevare la pianista dal suo sgabello in un abbraccio passionale, mentre lei ha ancora le dita sulla tastiera.
Il quadro è la rappresentazione dell’ossessione malata del protagonista del romanzo e piacque particolarmente, qualche decina di anni dopo, ai pubblicitari che inventarono la campagna del profumo “Tabù, la fragranza proibita”. Dalla musica alla pittura, dalla pittura al marketing…

E non è finita. Il quadro di Prinet è citato anche nel romanzo Lolita di Nabokov (1955). Quando Humbert va a visitare la stanza che prenderà in affitto, nota appeso alla parete proprio questo dipinto. È un dettaglio significativo, certamente scelto non a caso dal grandissimo scrittore: quel quadro anticipa la torbida passione che Humbert concepirà per l’adolescente Lolita.
Janáček si mette nei panni della vittima

Ma c’è anche un’altra Sonata a Kreutzer musicale: il quartetto per archi che compose nel 1923 Leoš Janáček. Il musicista moravo, all’epoca quasi settantenne, aveva una relazione soprattutto epistolare con una donna sposata, molto più giovane di lui, Kamila Stösslová.
Nelle sue lettere le parlò del romanzo di Tolstoj, affermando di considerare la storia in modo diverso da come l’aveva intesa l’autore: lui si identificava con la moglie, la vittima. Le scrisse inoltre che la musica a cui stava lavorando era il riflesso dei sentimenti che provava per lei, con frasi come:
Tu sei qui nelle mie composizioni, ovunque vi sia pura emozione, sincerità, verità e amore ardente.
Tra quelle composizioni c’era un quartetto per archi che intitolò “Sonata a Kreutzer”, implicitamente dedicandolo all’amata.
Il cinema e il ritorno a Beethoven
Dunque abbiamo due composizioni musicali, un romanzo e un quadro, quattro opere con lo stesso titolo: il nome di un tale che è ricordato praticamente solo per questo e al quale questo proliferare, probabilmente, non avrebbe neanche fatto piacere.
Naturalmente poi c’è il cinema: le versioni cinematografiche della Sonata a Kreutzer sono numerose, a partire dal 1915 con un film muto, basato su una riduzione teatrale del romanzo di Tolstoj, passando per un mediometraggio del 1956 di Rohmer, fino alla versione del 2008, di Bernard Rose.

E da Bernard Rose torniamo all’uomo Beethoven, perché questo regista inglese, evidentemente affascinato dalle storie legate alla musica, ha diretto anche Amata immortale (1994), dedicato al compositore di Bonn.
L’Amata Immortale è la destinataria di una lettera che fu trovata nascosta tra i beni di Beethoven dopo la sua morte, nel 1827. Una lettera che lui aveva scritto a matita su dieci piccole pagine in tre parti consecutive, nel luglio 1812, e che rivela una sua passione amorosa per una donna sconosciuta. La chiama Amata Immortale, appunto (“Unsterbliche Geliebte”), senza mai rivelarne il nome.
Da due secoli gli studiosi si arrovellano per scoprire chi fosse, avanzando ipotesi su una decina di candidate, ma tuttora non c’è accordo. Quel che è certo è che l’Amata Immortale non era, come sostiene Bernard Rose, Johanna van Beethoven, cognata del compositore. E soprattutto, Beethoven non era il vero padre di Carl van Beethoven, il figlio di Johanna! Il film fu aspramente criticato per queste ipotesi avventurose, che furono smentite sulla base di riscontri oggettivi.
Nel mio romanzo Signora Beethoven, racconto invece la storia vera del rapporto tormentato tra Ludwig e Johanna: non una relazione d’amore, ma una battaglia legale per la custodia del piccolo Carl, che durò anni e segnò profondamente tutte e tre le persone coinvolte.
La Sonata a Kreutzer come archetipo immortale
Così, dalla prima esecuzione con Bridgetower nel 1803 ai giorni nostri, la Sonata a Kreutzer continua a vivere e a reinventarsi, dimostrando come un’opera d’arte possa trascendere le intenzioni del suo creatore per diventare un simbolo della forza dirompente dell’arte e delle passioni umane.
George Bridgetower, il primo interprete di questo capolavoro, merita di essere ricordato. Non per una dedica cancellata da una lite, ma per aver ispirato Beethoven, inducendolo a creare una delle pagine più belle della musica di tutti i tempi.


Stupenda la narrazione della Sonata a Kreutzer. Ho letto anche qualcosa sui quaderni di conversazione di Beethoven, oltre ad averla eseguita nel 1972 con il violinista Alberto Lysi a Maratea, in un concerto nella tenuta del Conte Stefano Rivetti.
Complimenti, caro Silvano, e sono sicura che sia stato uno splendido concerto!
E grazie del tuo apprezzamento.