Chi prende un bambino in affidamento familiare scopre che essere madre o padre è una scelta, non una questione genetica. Una storia vera.
L’ho vista con i miei occhi, quella bambina, trasformarsi da creatura spaventata in una ragazzina allegra ed energica. Il suo rendimento scolastico passare dal nulla all’ottimo, le sue difficoltà nel relazionarsi con il prossimo lasciare il posto a una vivace socialità adolescenziale e a una sorprendente capacità di interloquire con gli adulti. E l’ho sentita, con le mie orecchie, chiamare “mamma” Maria, una donna che non ha alcun legame genetico con lei.

Maria (nome di fantasia) è la mia amica. Una donna non sposata che aveva quasi perso le speranze. Non credeva più che i Servizi sociali le avrebbero concesso l’affidamento di un bambino, come desiderava tanto. Aveva fatto tutto quello che doveva: il Comune organizzava corsi di preparazione all’affidamento familiare e lei ne aveva frequentato uno. Gli assistenti sociali avevano visionato la sua casa per verificare che fosse idonea, e avevano dato parere positivo.
È andata bene, pensava. Avrò presto un bambino di cui prendermi cura. Potrò dedicarmi a questo compito, potrò in qualche modo essere madre. La vita non mi ha concesso questa possibilità, per tutta una serie di ragioni, ma adesso ho un’altra occasione.
Poi però erano arrivate due proposte che l’avevano lasciata spiazzata: prima una bambina malata terminale, poi un’adolescente problematica con una famiglia disastrata. Maria aveva detto di no, o meglio, non aveva detto di sì. E i Servizi sociali non si erano più fatti sentire.
Lei si era ormai convinta che l’avessero etichettata come una persona difficile, dal palato delicato, a cui non vanno bene le situazioni che potrebbero rivelarsi impegnative. Forse desiderava qualcosa che nella realtà non esisteva. Forse aveva sbagliato a intraprendere quel percorso, si diceva; forse non era in grado, non era la persona adatta.

E poi, dopo tre mesi, in un pomeriggio come un altro, il telefono squillò. Era l’assistente sociale. Una bambina di sette anni, di origini africane, aveva bisogno di una donna che le facesse da madre.
Maria fu immediatamente certa che quella donna sarebbe stata lei. L’operatrice concluse con la formula di rito: “Ti lascio qualche giorno per pensarci, poi ci risentiamo, okay?” Ma Maria rispose che no, non aveva bisogno di pensarci. Che era senz’altro disposta a incontrare la bambina. Che per lei l’iter dell’affidamento poteva iniziare anche subito.
Cos’è l’affidamento familiare
Alcuni genitori non sono in grado di occuparsi dei propri figli perché hanno problemi che, però, sembrano avere una natura transitoria; allora interviene questa formula, nella quale un sostituto del genitore, per qualche tempo, si prende cura del bambino.
Tutti possono prendere un bambino in affido: coppie con e senza figli, sposate oppure no; persone nubili e celibi, divorziate e vedove, persone e coppie omosessuali. Si tratta di una formula elastica e adattabile: può prevedere che il minore si trasferisca nella casa dell’affidatario, che vi dorma alcune notti a settimana o che non vi dorma affatto (vedi anche questa intervista con Carla Forcolin). L’affido può essere consensuale, cioè disposto in accordo tra la famiglia di origine, i Servizi sociali e gli affidatari, oppure giudiziale, cioè ordinato dal Giudice e disposto senza il consenso della famiglia.
I numeri che fanno riflettere
In Italia i bambini in affidamento familiare residenziale (che, cioè, abitano con l’affidatario) sono poco più di 14.000; in quattro casi su cinque il provvedimento è ordinato dal Giudice. Si tratta di un numero davvero esiguo se lo si confronta con i dati della Spagna (19.000 bambini), dell’Inghilterra (oltre 50.000), della Germania (quasi 70.000) e soprattutto della Francia (oltre 97.000).
Dati aggiornati al 2017 e pubblicati a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nei Quaderni della ricerca sociale, n. 46.
Da noi, evidentemente, si preferisce non interrompere i rapporti tra genitori e figli biologici, a meno che le situazioni appaiano proprio irrecuperabili; si tende a dare al legame di sangue un valore forse eccessivo, magari ideologico, senza dubbio di gran lunga superiore a quello percepito dagli inglesi, dai francesi e dai tedeschi.
Proverei a utilizzare un termine di moda: sopravvalutato. In Italia il legame di sangue (c’è chi ancora parla di “sacro vincolo”) è parecchio sopravvalutato.
Eppure quella bambina che oggi chiama “mamma” Maria, che ride, che va bene a scuola, che ha amiche e progetti per il futuro, è la dimostrazione vivente che la famiglia non è una questione di genetica. È una questione di presenza, di cura, di amore quotidiano.
Ci sono bambini che aspettano. E ci sono adulti che potrebbero fare la differenza. Forse basterebbe solo provare a mettersi in gioco.
Ordina Figlia del cuore

